Come scatenare un incendio in poche difficili mosse - ep. 3
Ci hai mai fatto caso che ogni famiglia ha un suono diverso? Ci sono quelle che scandiscono le loro giornate nei soli suoni ambientali del traffico cittadino, restando in silenzio, altre a lume di televisione, confondendo parole realmente dette e battute da reality in un continuum confuso e rassicurante. E poi ci sono quelle in cui la musica non può mancare. Entri in casa e lo capisci subito: una radio accesa in cucina, un giradischi per i più naïf sempre in attività, o una cassa bluetooth appoggiata strategicamente di traverso su un mobile di un corridoio, che infonda brani che finiscono per diventare patina sonora sui muri. Non è solo sottofondo, è parte di una memoria che si costruisce senza che tu te ne accorga.
E in queste famiglie il genere musicale è tutto! Ci sono artisti e sonorità che diventano parte della tua formazione, dicono chi sei, da dove vieni e plasmano una parte significativa della tua identità. Non è un caso che la maggior parte delle sottoculture si identifichino in specifici generi musicali!
Questa settimana, anche nella nostra famiglia “di” scena, la musica ha trovato il suo posto. Amedeo Monda non sta scrivendo semplicemente una colonna sonora, durante le prove compone in tempo reale un tessuto, che cresce con gli attori, che respira con i loro movimenti e si incastra nei loro silenzi. Ogni accordo sembra dire “qui siamo a casa”, e al tempo stesso apre uno spazio nuovo, come quando un suono familiare diventa improvvisamente la chiave per pensare a qualcosa che avevi dimenticato, o che non avresti voluto ricordare. E, certamente, non sempre tutto è perfetto al primo accordo, la famiglia “in” scena sta trovando il suo genere, la sua sonorità. E attenzione, perché, davvero, questo ingresso non è un orpello! Ciascuna casa ha un ritmo, scandito anche solo dallo zampillare della macchinetta del caffè e dalle corse di un tram. Non ci hai mai fatto caso che il suono della casa della tua infanzia è diverso da quella in cui abiti adesso? Nella naturalezza della nostra esistenza, questi ci sembrano solo dettagli, ma fanno in realtà parte di una trama molto più intricata, di quell’aggrovigliato ginepraio di particolari che ci rendono unici e diversi da chiunque altro.
Trovare il suono giusto per questa famiglia è stata l’impresa di questa settimana! Che poi, che significa “giusto”? Mi rendo conto mentre lo digito che è un aggettivo vuoto, in teatro non significa niente in senso assoluto. La nostra famiglia in scena - arrivata in questa fase in cui sì, i rapporti tra i membri sono chiari e anche le dinamiche di quel che accade in casa (e che vedrete in scena il 28 ottobre, quindi se speravi in uno spoiler, sei nel posto sbagliato) - potrebbe risuonare di qualsiasi sonorità e ritmo e mantenersi coerente con gli eventi e con i rapporti, MA, sarebbe sempre sostanzialmente diversa. Ogni famiglia ha degli archetipi culturali difficili da tradire, ma ognuna ha il suo ritmo e il suo suono. Quindi qual è quello giusto? Potrebbero esserlo tutti, ma alla fine di ogni tentativo con Amedeo, si pone la necessità di una scelta. E ti assicuro che il cambiamento di una sonorità dà colori inediti alle stesse parole di un copione. La famiglia che vedrai in scena sarà il frutto di una particolare combinazione che ne determinerà anche l’identità, il carattere, la natura, rendendola vera, umana ai nostri occhi. Entrando in teatro avremo l’impressione di entrare non in una casa qualunque, ma in “quella” casa, che è “quella” perché sarà il risultato di una particolare composizione di tutti gli elementi possibili.
Questo è il grande e quotidiano lavoro della regia.
Come mai esistono diverse proposte sceniche di alcuni testi capitali, come Amleto, Il Gabbiano, Medea, La tempesta? La regia porta con sé la responsabilità di una serie di scelte che determineranno la differenza del risultato, che interpreteranno il testo o lo asseconderanno senza interrogarsi troppo oppure gli andranno contro. Alessandro Di Murro e Pier Lorenzo Pisano, in questo “finale di partita” che tra meno di dieci giorni li farà debuttare a Forlì (questo 23 settembre) per la rassegna Colpi di scena, stanno ora scolpendo i dettagli dell’opera che la renderanno unica.
E dallo scheletro, lentamente, vediamo i muscoli di questo organismo scenico, i motori e le intenzioni dei personaggi, che ormai si ha l’impressione di conoscere a menadito, di cui durante le pause si parla come di persone realmente esistenti, ricostruendo un carattere, uno storico, empatizzando con azioni, scelte e debolezze, ricercando coerenza anche quando non la hanno, come veri esseri umani vittime e artefici del proprio percorso, o di una colpa lontana nel tempo.
Colpa? Ti avevo anticipato che ne avremo parlato prima o poi, quindi, se ti è sfuggito, vai a recuperare le “puntate precedenti”!
Ti ricordi il musical di Notre Dame de Paris? Se non lo hai mai visto, RECUPERA!, anche se come me non sei fan del genere. Comunque, ad un certo punto si affaccia un personaggio immateriale, la fatalità, che determinerà un tragico punto di trama. La fatalità, questa familiare sconosciuta, è un personaggio cui il miglior teatro ha imparato a familiarizzare, contro ogni facile e inconcludente psicologismo. Come potremmo giustificare la fine di Edipo, l’ineluttabilità della morte di Eddie Carbone in “A View from the Bridge”? Trovare una risposta razionale, scartabellando manuali di antropologia culturale e facendoci sedurre da banali interpretazioni, non ci dà una vera spiegazione. Che senso vorremmo dare all’ineluttabile? Un film meraviglioso, Mr Nobody, con un incredibile Jared Leto, ci pone di fronte al confronto tra responsabilità e scelta umana e ineluttabilità (tentando anche di spiegarla con alcuni principi scientifici, come quello dell’entropia), ponendoci di fronte a tante strade, tutte possibili, anche felici, che però non possono sfuggire alla tirannia dell’inevitabile.
E se inseriamo la fatalità in quella che Eric Dodds avrebbe chiamato “civiltà di colpa- la vendetta” se avesse vissuto in qualsiasi famiglia all’italiana (chissà, forse un nostro retaggio culturale “alla greca”), quell’insana necessità di rilevare una colpa in qualsiasi accaduto, raggiungendo le aporie più inquietanti e radicali, ci rendiamo conto, che la sua presenza non sia semplicemente una trovata da sceneggiatori di Boris (GENIO!!!), ma una ingombrante inquilina di qualsiasi abitazione.
E qui la regia è chiamata a porsi al di sopra della fatalità, prevedendola, affrontandola scenicamente e stabilendo come ogni personaggio reagirà al suo arrivo. Una occasione di tridimensionalità imperdibile e quasi rara nei testi di nuova drammaturgia, e una sfida per gli interpreti, che in questa settimana hanno dimostrato di saper camminare sui bordi della fatalità, ma che alle battute finali dovranno lasciarle il vero ruolo del piromane, in questo grande incendio!
D’altronde, in questa guida stiamo parlando di come appiccare un incendio, no? Forse basta prendere una famiglia, lasciarla cuocere a fuoco lento e dimenticarsela sul fornello aspettando che qualcuno da dentro la padella arrivi a complicare le cose. Ma il Gruppo della Creta sta studiando per un dottorato in chimica e fisica degli incendi e sa che la risposta non è così semplice.
Che suono ha l’incendio dell’ineluttabile?
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