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Non esiste a place of safety per chi abita il naufragio, spettatori inclusi

A place of safety_Viaggio nel Mediterraneo centrale. Visto a Roma, Teatro Vascello, 28 settembre 2025
Non esiste a place of safety per chi abita il naufragio, spettatori inclusi

C’è qualcosa di inafferabilmente destabilizzante uscendo dal Teatro Vascello nel respirare l’aria fresca di fine settembre dopo aver visto A place of safety di Kepler-452. Non è solo la vergogna di essere europei, né la rabbia per l’indifferenza delle istituzioni. È piuttosto una frustrazione strisciante, un’inquietudine che nasce da una domanda che lo spettacolo non pone esplicitamente ma che aleggia su tutto: dove si trova il nostro place of safety?

A place of safety è un esempio di teatro extra-moenia nel senso letterale del termine: non ci sono attori professionisti sul palco, eccezion fatta per Nicola Borghesi che funge da presenza-guida. Ci sono invece soccorritori, operatori umanitari che dedicano parte della loro vita al soccorso nel Mediterraneo centrale. Alla replica del 28 settembre erano Lino Musella e Pietro Sermonti a leggere le parole di Miguel Duarte e Flavio Catalano, entrambi attualmente imbarcati sulla Global Sumud Flotilla. Mentre Giorgia Linardi, Floriana Pati e José Ricardo Peña erano in scena, a testimoniare direttamente.

Dall’inizio è chiaro che già il palcoscenico non sia un place of safety, anzi: è il luogo dove ci si interroga su cosa significhi davvero questo termine tecnico marittimo che indica il porto in cui un migrante soccorso dovrebbe essere condotto al sicuro. Ma è un luogo sicuro, l’Europa? Gli operatori lo sanno bene. Arrivare in un porto europeo non significa smettere di essere discriminati, perseguitati, respinti.

L’allestimento di Kepler-452 è formalmente solido. Borghesi e Baraldi hanno costruito un’architettura che regge le due ore di durata alternando testimonianze, video e riflessioni. Le scene di Alberto Favretto — una fiancata di nave che proietta anche le immagini girate durante le cinque settimane che la compagnia ha trascorso sulla Sea-Watch 5 — funzionano, così come il disegno luci e i costumi. Gli operatori dimostrano una presenza scenica sorprendente, complice forse l’abitazione di una scenografia che gli è in tutto familiare. La drammaturgia, collazionata dalle stesse testimonianze degli operatori in scena, sembra agevolarli nella recitazione, restituendo al pubblico la complessità delle missioni: dalle dinamiche quotidiane, alle operazioni straordinarie di soccorso, alle questioni geopolitiche che hanno trasformato il Mediterraneo in una fossa comune, mescolandole ai sogni, ai dubbi e alle aspettative personali di ognuno di loro.

Ed è qui che la costruzione drammaturgica rivela la sua crepa, come nel momento in cui affiora dal buio la registrazione telefonica della cosiddetta “nave dei bambini” del 2013 — nota tragedia causata dalla latitanza del coordinamento europeo. La testimonianza documentale subisce un’inclinazione verso l’impatto emotivo. Non si tratta di un errore etico, né di una manipolazione, la dimensione umana di chi racconta esige questo passaggio, non è una sorpresa nemmeno per il pubblico in sala. Ma è proprio lì che si gioca la partita più difficile, quella che chiede a questo spettacolo-testimonianza di restituire l’orrore senza annullare la possibilità di riflettere. Lo spettacolo non culmina mai nel pietismo, e questo gli va riconosciuto, ma in diversi punti lo spazio razionale si ritira, e con esso la possibilità di un place of safety della ragione.

A place of safety è una testimonianza civile necessaria, eppure, nell’urgenza di raccontare la verità, anche nell’orrore e nell’ingiustizia, rischia di imprigionare lo spettatore in una posizione scomoda senza dargli la possibilità di costruirsi autonomamente una via d’uscita, spingendolo non a coltivare i quesiti posti in scena, ma a subirli. E poi a sentirsi profondamente frustrato. E poco più.

L’impatto emotivo è fortissimo, calibrato per colpire al cuore prima che alla mente. E se da un lato questo è comprensibile — come non farsi travolgere dall’ascolto di quelle storie? — dall’altro si aprono le braccia di un’emotività che soffoca la riflessione critica. Il pubblico del Vascello, al termine della replica, ha mostrato il suo supporto alzandosi in piedi per una sentita standing ovation, applausi fragorosi annessi. Ma cosa resta quando l’onda dell’ammirazione per il progetto e per gli operatori si ritira? La frustrazione. La rabbia. La delusione. Umani sentimenti che da soli non bastano a costruire quel porto sicuro politico e cognitivo da cui ripartire.

Se lo spettacolo intende essere, come dichiara, una “scintilla di attenzione sul rimosso collettivo del nostro continente”, allora non può che fare i conti con la contezza che le scintille possono illuminare ma anche bruciare. E che un incendio emotivo di questa entità rischia di consumare anche lo spazio per il dubbio, per la domanda, per il pensiero complesso.

La forma testimoniale porta con sé un’autorevolezza morale difficile da mettere in discussione. Come si fa a porre domande critiche a chi ti descrive l’odore del distress? Come si contestualizza l’esperienza diretta senza sembrare cinici? Kepler-452 sembra cosciente di questo cortocircuito, ma non lo scioglie. Lo lascia sedimentare nella sala, insieme alla vergogna e all’impotenza di fronte a una tragedia sistemica.

Forse è proprio questo il punto: A place of safety ci pone di fronte allo scoglio invalicabile che un luogo sicuro, oggi, non esiste più. Non per i migranti nel Mediterraneo, non per i soccorritori che rischiano la vita e la libertà, non per gli spettatori chiamati a farsi carico di queste voci.

Lo spettacolo ci lascia in mare aperto, emotivamente sommersi, senza una zattera a cui aggrapparci che non sia la nostra rabbia inerme. Rabbia che si fa ancora più acuta davanti ai recenti sviluppi della Global Sumud Flotilla: mentre Miguel Duarte e Flavio Catalano si trovavano imbarcati su una flottilla in rotta verso Gaza, le imbarcazioni sono state abbordate nelle scorse ore dall’esercito israeliano. Anche loro, soccorritori in cerca di un varco verso chi soffre, si sono ritrovati bloccati, respinti. Anche per loro, nessun place of safety.

E allora la domanda resta: è questo il teatro che serve? Un teatro che scuote, che ferisce, che non lascia scampo, ma che a tratti paralizza anziché mobilitare? O forse, proprio in questa scomodità estrema, in questa impossibilità di trovare un approdo tranquillo, risiede il suo atto politico più radicale?

Vedere A place of safety è un dovere civile. Ma chiedersi quale sia il nostro place of safety narrativo — quello spazio in cui trasformare l’emozione in pensiero e il pensiero in azione — è la responsabilità che lo spettacolo ci consegna senza darci gli strumenti per assolverla. E forse proprio in questa impossibilità si nasconde il suo senso più radicale.

Ascolta l’intervista a Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, dal foyer del Teatro Vascello, prima della visione della replica romana.

Crediti

ideazione Kepler-452
regia e drammaturgia Enrico Baraldi e Nicola Borghesi
con le parole di Flavio Catalano, Miguel Duarte, Giorgia Linardi, Floriana Pati, José Ricardo Peña
con Nicola Borghesi, Flavio Catalano, Miguel Duarte, Giorgia Linardi, Floriana Pati, José Ricardo Peña
assistente alla regia Roberta Gabriele
scene e costumi Alberto Favretto
disegno luci Maria Domènech
suono e musiche Massimo Carozzi
consulente per il movimento Marta Ciappina
progetto video Enrico Baraldi
consulente alla drammaturgia Dario Salvetti
assistente alla regia volontario e video editor Alberto Camanni
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
video dello spettacolo Vladimir Bertozzi
foto di scena Luca Del Pia
si ringrazia Giovanni Zanotti per il fondamentale contributo alla drammaturgia

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Metastasio di Prato, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Théâtre des 13 vents CDN Montpellier (Francia)

in collaborazione con Sea-Watch e EMERGENCY

il progetto gode del sostegno del bando Culture Moves Europe, finanziato dall’Unione Europea e dal Goethe-Institut